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Mozzarella e diossine: una vicenda importante"Insufficienti" e "incomplete" erano rispettivamente, secondo la Commissione europea, le misure di controllo e le informazioni che l'Italia aveva inviato all'Europa nei giorni scorsi in merito al recente caso diossine e mozzarella di bufala campana. Nei giorni successivi, l'Italia ha completato i dati ed accettato le misure suggerite dalla Commissione. Tra le misure, vi sono due fasi: una prima di controllo ufficiale di tutti i caseifici delle province di Caserta, Avellino e Napoli (circa 400) che utilizzano latte di bufala e una seconda di controllo dei caseifici di Benevento (25 caseifici) e Salerno (185 caseifici). In particolare, verrà vietata la commercializzazione del latte e dei relativi prodotti fino ad esito favorevole delle analisi; in caso di esito sfavorevole, verranno bloccati i prodotti e verranno monitorati i singoli allevamenti e anche le aziende limitrofe nel raggio di 3 km, fino ad ottenere esito positivo.Tutti i risultati delle analisi effettuate nella prima fase saranno messi a disposizione della Commissione entro metà aprile, quelli della seconda fase, invece, entro il 25 aprile. La capacità dei laboratori italiani è di 150 analisi in circa 15 giorni, per questo la Commissione metterà a disposizione anche i laboratori di riferimento europei, che analizzeranno il resto dei campioni in modo che i risultati possano essere disponibili in 10-15 giorni a partire dall’inizio del campionamento. Sarà poi condotta un'analisi epidemiologica e sarà resa disponibile una mappa rappresentativa della situazione per valutare eventuali ulteriori controlli. Saranno presi in considerazione anche i dati raccolti dal 2003 e, una volta individuate le zone a rischio, si procederà ad un controllo su tutti gli allevamenti bovini ed ovi-caprini. ** I livelli di sicurezza fissati a livello comunitario sono particolarmente prudenziali per diossine e altri composti simili. Il rischio per la salute umana associato al consumo occasionale di mozzarella di bufala contaminata da diossine è stato probabilmente bassissimo, anche se pochi dati sono disponibili per una valutazione completa. Più difficile valutare il rischio rispetto al passato o al futuro, finché i monitoraggi in corso non saranno conclusi. Anche se il problema della contaminazione dei mangimi, se questo è effettivamente il problema, potrà essere controllato, resta dubbio che la situazione ambientale di parte della Campania possa consentire, allo stato attuale, una tutela adeguata della sicurezza alimentare. Tra l'altro, la risoluzione di questi problemi richiederebbe un'azione che esula dai poteri delle autorità sanitarie, e che, al momento, non sembra vicina. La situazione merita comunque alcune riflessioni ulteriori. In primo luogo, l'Italia ha nel settore alimentare, e negli alimenti tipici e tradizionali una delle sue principali risorse. Non sarebbe accettabile che la fiducia del consumatore italiano, europeo ed internazionale venisse sacrificata ad esigenze di breve periodo. In questo caso, i provvedimenti cinesi possono essere ingiustificati, ma certamente comprensibili da parte di un paese che, in Italia, è, spesso con giuste motivazioni, accusato di mancanza di sicurezza alimentare; muovere questo tipo di accuse non permette poi approcci "morbidi" alla sicurezza alimentare nazionale. Inoltre, quel centinaio di milioni di ricchi consumatori cinesi che possono comprare i nostri prodotti si aspettano che le produzioni italiane assicurano quello che le produzioni nazionali non fanno. Un'altra riflessione viene meritata dalla comunicazione del rischio. Gestire e comunicare in queste situazioni, con la particolare vicinanza delle elezioni, è difficilissimo. Nondimeno, queste emergenze non sono delle novità assolute, né nel nostro paese, né nel mondo. Purtroppo, forse, l'interpretazione degli episodi precedenti in Italia, incentrata sul concetto di "allarmismo", in gran parte diversa da quella degli studiosi e degli organismi internazionali (tradotta anche nel Regolamento 178/2002), potrebbe non essere corretta. Per esempio, OMS e FAO scrivono chiaramente in un documento ufficiale: "reiterare che un alimento è sicuro potrebbe non rassicurare il pubblico" o anzi sortire l'effetto opposto. Non sembra che questo sia stato applicato nelle settimane passate. Si pensava poi che, dopo il Ministero dell'Agricoltura inglese ai tempi della "mucca pazza", l'idea che un pubblico ufficiale consumasse pubblicamente l'alimento sotto accusa fosse stata relegata all'archivio delle cose da non fare, o che al massimo potesse essere una strategia del Ministro dell'Honduras per i meloni nazionali. Poi, è noto che la mancanza di trasparenza non funziona. Lo stesso vale per la negazione di un problema, per la mancanza di severità (i provvedimenti richiesti da Bruxelles non erano difficili da immaginare, anche se forse politicamente difficili), per la lentezza, per l'addossare la colpa alle altre nazioni o ai media. La comunicazione del rischio dovrebbe essere affidata a chi è responsabile della gestione, cioè al Ministero della Salute, e non ad altri Istituzioni. Forse si potrebbe anche accettare che "il rischio zero non esiste" è un messaggio che non funziona negli USA, come in India, e che quindi non funziona neanche in Italia. Il concetto, scientificamente valido entro certi limiti, ha poco senso dal punto di vista della gestione e della comunicazione. Oltretutto, è evidente che, se dei limiti sono stati fissati, la scienza migliore ritiene che vi siano dei livelli il cui il rischio è accettabile, e dei livelli a cui non è; "il rischio zero non esiste" potrebbe finire per diventare un invito filosofico al rassegnarsi alla condizione umana piuttosto che un messaggio di sicurezza alimentare. Si potrebbe invece riflettere sul fatto che l'autorevolezza si conquista prendendo posizione, quando l'evidenza esiste, anche quando sono coinvolti i prodotti italiani. Implicitamente, molti gestori del rischio italiani fanno un'analisi dei costi-benefici, e concludono che i costi di un'informazione trasparente, che può generare "allarmismo", sono comunque superiori ai benefici di sicurezza alimentare. Non è un caso però che nessuna legislazione alimentare moderna accetti il concetto di costo-beneficio per la sicurezza alimentare. Ma non è questo il punto: tranquillizzare sempre non evita l'allarmismo e semplicemente non funziona. Con tutta la comprensione per le difficoltà politiche in cui si muovono le autorità, forse si potrebbe prendere in considerazione l'ipotesi che il consumatore italiano (come quello europeo che di riflesso viene raggiunto dalla nostra comunicazione ufficiale) non sia poi tanto diverso dagli altri consumatori occidentali, e che lo stesso tipo di comunicazione del rischiodegli altri paesi potrebbe funzionare anche in Italia. Infine, è stato pubblicato un articolo interessante in cui si paventa il rischio che la sanità pubblica sia percepita sempre meno come protezione del cittadino; forse, erroneamente, la si è percepita più come protezione dell'"interesse nazionale", o di altri partiti presi. Questo, in un paese giustamente fiero dell'appartenenza dei controlli sugli alimenti al settore sanitario, sarebbe veramente un paradosso. (4/4/2008)
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